In Francia non il parlamento ma la corte è stato il principio dinamico della modernizzazione. Il bando reale, le regole giuridiche di provenienza monarchica, definirono il primato della corona nella costruzione di un diritto pubblico moderno. Lo stato veniva per questo definito attraverso l’accentramento regio ostile a qualsiasi canale di rappresentazione delle forze sociali. La corona introduce imposte senza concedere rappresentanza.

Quello francese è il modello di uno sviluppo politico guidato dall’alto secondo una attribuzione alla corona della pienezza dell’imperium e costretto poi a rotture traumatiche per aprire canali di partecipazione più significativi degli intermittenti stati generali, assemblee di notabili, consigli del re. Il passaggio dal ceto alla nazione è avvenuto nella radicalità di un processo rivoluzionario.

Un processo che in Inghilterra ha occupato interi secoli, in Francia avvenne nel volgere di pochi anni. Elias legge il “meccanismo monarchico” come una precisa istituzione sociale fondata sugli oggettivi contrasti tra i soggetti sociali (nobiltà, clero e borghesia). Il meccanismo monarchico, che affermava la sovranità legislativa del re, si reggeva su un delicato equilibrio creatosi tra gloria, onore e denaro.

Poiché i dispositivi della integrazione sociale non facevano più ricorso, per stabilizzarsi e durare, alla coercizione fisica immediata, era necessario un potere fondato su una amministrazione burocratica centralizzata che non prevedeva molto spazio per forme di partecipazione alla decisione. Elias descrive in questi termini la struttura sociale delle lotte di potere tra il XVI e il XVIII secolo. Il re era vicino alla nobiltà senza identificarsi con essa. In quanto sovrano si serviva della nobiltà ma ne ridimensionava anche le ambizioni.

La monarchia si confermava come l’unica sfera depositaria dell’interesse statale da far valere contro tutti gli organismi particolari dei ceti, al di là delle ambizioni nobiliari. Il monarca restava il fulcro del procedimento legislativo. Il modello francese di modernizzazione degli istituti politici ha visto il ruolo marginale del parlamento.

Il consolidamento della monarchia e della struttura burocratica era attuato senza alcun ampliamento delle forme della rappresentanza. La struttura altamente centralizzata del potere veniva così a bloccare le istanze rappresentative e il contrasto tra i ceti, rimasto senza sbocchi politici generali, non oltrepassava la vecchia contesa particolaristica.

I tredici parlamenti francesi esistiti fino al 1769 si configuravano come corpi obsoleti e imbalsamati nella custodia di antiche attribuzioni corporative. Il paralamento restava perciò un organo molto legato al passato che poteva far valere timide rimostranze sull’opportunità o equità di una misura adottata e nient’affatto collegato con la modernizzazione delle strutture politiche e sociali.

Il parlamento in Francia, perciò, era solo un braccio del potere monarchico. E al re spettava l’ultima parola. L’esplosione rivoluzionaria del 1789 è stato il compimento naturale della particolare storia politica francese. Il costituirsi politicamente della nazione non poteva avvenire attraverso i veicoli politici precedenti ma solo spezzando la linea della continuità istituzionale di un potere senza forme adeguate di rappresentanza.

Con la rivoluzione entra in campo la nazione come potere originario dal quale emanavano i poteri derivati dello stato. La rappresentanza per classi separate cedette rapidamente il posto alla rappresentanza politica generale della nazione. La rivoluzione condusse alla distruzione sul piano giuridico dello stato d’antico regime. la nazione veniva ora fondata su individui singoli e non su status particolari rigidi. Il tema che emergeva con la frattura del 1789 era quello dell’individuo astratto.

All’inizio del fenomeno rivoluzionario si cercava di non abbattere radicalmente l’istituto monarchico. Il progetto prevedeva una figura monarchica come simbolo dell’unità della nazione e privata per questo di ogni assolutezza del potere. La costituzione del 1791 recava la firma del re. L’unico limite all’esercizio del potere legislativo da parte dell’assemblea risiedeva nel referendum popolare. Nella fase giacobina mancava una idea del limite della politica.

La nuova costituzione del 1795 postulava un regime bicamerale e un direttorio, approdò, con un passaggio brusco, a un regime consolare. Sotto il profilo della storia istituzionale, dell’esperienza rivoluzionaria, dal 1789 a Napoleone, mancava una cultura dei limiti del potere.

In tutta la vicenda francese gli organi di garanzia, i meccanismi del controllo di costituzionalità, le tecniche del regime parlamentare, sono sempre rimasti allo stato embrionale. La Francia oscillava tra un potere esecutivo che degenerava nel cesarismo e un potere legislativo che sconfinava nell’assemblea costituente.

Tra i grandi sistemi politici europei quello francese si caratterizza per il suo grado eccezionale di instabilità e per la repentina caduta di regimi costituzionali. Gli studiosi francesi, che si interrogano sull’esistenza di possibili regolarità nel fluire caotico di regimi e forme di governo, propongono di adottare la teoria del ciclo costituzionale. L’individuazione di alcuni cicli istituzionali serve per non perdere un qualche segnale di continuità.

La teoria del ciclo costituzionale serve per fissare un ordine logico in una evoluzione in apparenza disordinata. Wedel propone tre cicli: il primo va dal 1789 al 1848, il secondo dal 1848 al 1870, il terzo dal 1875 in poi. La polarità monarchia/repubblica possiede una intensità ,maggiore soprattutto nella prima delle tre fasi indicate da Wedel.

Nella carta del 1814 ritornava con forza in campo la visione del monarca come capo supremo dello stato la cui persona è sacra, inviolabile. Anche nella carta del 1830 la posizione della corona conservava una spiccata supremazia. Il re conservava la facoltà di nominare i ministri e di sciogliere le camere. La monarchia costituzionale del 1830 condusse una vita stentata. In essa si notavano fenomeni di instabilità che reclamavano una funzione di supplenza da parte della corona. L’instabilità governativa e l’instabilità parlamentare permisero al re di far proprio un ruolo troppo politico per il capo di uno stato parlamentare.

Nella costituzione della seconda repubblica, l’articolo 43 delegava il potere esecutivo a un presidente della repubblica che durava in carica 4 anni e non era rieleggibile: Luigi Bonaparte. Eletto per la prima volta presidente con il 75% dei voti, pretendeva di restare ancora in sella e dichiarò propositi di rottura appena si avvicinava all’imminente scadenza del mandato.

Le nuove problematiche costituzionali del 1848 non offrirono una apprezzabile prova. L’esperienza repubblicana si interruppe infatti bruscamente con un colpo di stato che trovò la sua legittimazione ex post grazie al ricorso sistematico al plebiscito. La carta costituzionale depotenziava ogni facoltà del parlamento, chiamato ora corpo legislativo.

Le politiche repressive e l’impiego di strumenti di controllo prefettizio del voto, la riduzione del suffragio maschile da universale ai 2/3 assicurarono al governo amplissime maggioranze. Si consolidò però col tempo un certo ruolo del parlamento e anche l’opposizione trovò più ampi spazi di azione una causa esterna, la sconfitta militare, determinò l’eclisse del secondo impero.

Sulla scia di un evento bellico traumatico, nacque la terza repubblica. La terza repubblica ha riassorbito la minaccia legittimista riuscendo a consolidare le nuove istituzioni nate dal decesso del secondo impero.

La terza repubblica ha compiuto il miracolo di sapere individuare terreni di compromesso per le sue classi dirigenti e di stabilizzare così il suo ordinamento vacillante. Quello della terza repubblica sembra una costituzione “zoppicante e fasulla”, però i suoi avversari sono troppo divisi sulle questioni più essenziali.

Nel 1848 si impiegò il suffragio universale, sospeso di nuovo nel 1850 e reintrodotto due anni dopo. Il sistema francese conosceva una cronica instabilità di regime. La Francia è stata suscettibile di torsioni cesaristiche quando la politica era troppo aperta e votavano in tanti. Il suo problema irrisolto era la presenza di opposizioni irriducibili che contestavano il fondamento di legittimità del regime.

La politica francese entrava in un singolare paradosso: si dava costituzioni nuove per ratificare un avvenuto spostamento di potere. Ma questa discontinuità nelle linee della storia istituzionale rappresentava anch’essa un ulteriore fattore destabilizzante che impediva il radicamento delle organizzazione politiche e costituzionali. Il continuo cambiamento di forma di governo e di impianto costituzionale denotava un nervosismo istituzionale.

Neanche il ritrovato del plebiscito si dimostrò efficace per consolidare l’ordinamento. Dal 1793 al 1852 si tennero in Francia ben 8 referendum costituzionali per approvare un nuovo ordinamento politico. In tutti e 8 la prevalenza dei si fu schiacciante. Proprio i “cambiamenti brutali del titolare della sovranità” determinarono salti istituzionali e lasciarono sul campo non soltanto dei vincitori, ma anche degli sconfitti, refrattari a riconoscere la legittimità del nuovo rodine politico. I sistemi politici ebbero un rendimento incerto e una durata breve.

Ciò avvenne perché alle loro spalle esisteva un irrisolto problema di legittimazione dell’ordinamento che incontrava lungo la sua strada “nemici” inconciliabili dipinti come usurpatori. Se l’Inghilterra racchiude un costituzionalismo senza costituzione scritta, la Francia mostra la sfilata di tante costituzioni scritte senza raggiungere mai un autentico costituzionalismo. Il parlamento non è riuscito mai ad istituzionalizzarsi come organo in grado di esprimere governi stabili.

Il difficile rapporto tra parlamento e governo è meglio osservabile nella terza repubblica, quella che è durata più a lungo. Nella terza repubblica al posto di un testo costituzionale definito e rigido, si ebbero singole disposizioni costituzionali. La terza repubblica si è stabilizzata come regime parlamentare provvisto di un sistema bicamerale paritario.

Questa esperienza interessa per le condizioni politiche particolari che determinarono la presenza i governi dalla durata assai contenuta. Il governo Ferry, che restò in opera per 26 mesi, appare un esempio di eccezionale longevità. L’atto originario della repubblica racchiudeva un singolare paradosso: i padri costituenti erano monarchici che sognavano più una controrivoluzione che una repubblica.

La legge costituzionale del 1875 fissava soltanto uno schizzo della mappa dei poteri affidando così alla concreta evoluzione del sistema politico la risoluzione delle zone di incertezza formale. Decisivo si rivelò il superamento dell’acuto conflitto istituzionale tra il parlamento e il presidente della repubblica Mac-Mahon.

Le elezioni del 1877 furono considerate a ragione una seconda fondazione della repubblica perché dalle urne uscì una maggioranza repubblicana che costrinse il presidente della repubblica a rassegnare le dimissioni. La vittoria del parlamento fu però inficiata dall’introduzione di una autentica “sindrome Mac-Mahon”. Il conflitto del 1877 vide l’uscita di scena del capo dello stato come depositario di un potere di interdizione; “per quasi un secolo nessun presidente del consiglio avrebbe osato chiedere al presidente della repubblica l’applicazione di quell’arma avvelenata” (Depeux 1987).

Con il successo ottenuto dal parlamento nel 1877 si ebbe un rafforzamento delle strutture repubblicane dello stato ma si riscontrò anche un indebolimento della capacità di esprimere governi non effimeri e in grado di durare. Di fatto la repubblica si stabilizzò ma le sue istituzioni rimasero molto sofferenti.

La massima lacuna del sistema francese consisteva nell’assenza di grandi partiti politici, senza i quali un regime parlamentare è votato all’incertezza. In Europa ovunque si sperimentava che senza partito maggioritario non era possibile alcun governo del premier. A ridosso delle elezioni del 1848, sembrarono affacciarsi due grandi partiti organizzati in competizione nel paese.

Ma il colpo di stato e la dittatura romana di Bonaparte restrinsero gli spazi di libertà e aprirono la caccia al pericolo rosso. Sia i nemici della terza repubblica, che i suoi sostenitori, stentarono a lungo prima di darsi una salutare organizzazione di partito. Alla destra dello schieramento parlamentare figurava un composito esercito di monarchici e bonapartisti che a lungo non formarono un gruppo indipendente alla camera. Tra i deputati repubblicani e radicali esistevano collegamenti assai labili.

Fino al 1936 la maggioranza dei deputati francesi non faceva parte di partiti. Ogni deputato in aula agiva come una personalità libera da ogni vincolo e direttiva. L’andamento complessivo delle istituzioni francesi ha risentito molto della ritardata apparizione di un sistema dei partiti.

Sorti soltanto nei primi decenni del 900, i partiti francesi non hanno ancora ne la base ben definita, ne la disciplina organizzativa dei partiti inglesi e tedeschi. Lo stesso movimento socialista si è organizzato tardi come partito e il modulo prescelto fu quello della federazione tra le svariate formazioni operaie. Il partito restava più un partito di elettori che di militanti.

Con i suoi governi effimeri, la Francia ha sperimentato a più riprese delle alternanze di governo. La terza repubblica cadrà per la sopravvenuta occupazione militare.

Già nel suo atto di nascita, la quarta repubblica conteneva in nuce le tensioni laceranti che ne avrebbero determinato la caduta. La costituente licenziò un primo progetto di costituzione che prevedeva l’elezione del presidente del consiglio a maggioranza assoluta e a scrutinio palese da parte dell’assemblea nazionale.

Le dinamiche della quarta repubblica confermano l’ipotesi che il funzionamento delle istituzioni parlamentari più che ai profili formali e alle leggi elettorali è legato alle caratteristiche assunte dal sistema dei partiti. A un parlamento nel quale sbiadita risultava la capacità direttiva dei partiti, corrispondeva un esecutivo debole sottoposto a continue cadute. Parlamento e governo sembravano uniti da un medesimo destino di impotenza.

Passata nel senso comune come “repubblica dei partiti”, la quarta repubblica è stata in realtà vittima della eccessiva debolezza dei partiti. L’estremo multipartitismo favorito dalla presentazione di sigle nuove, dalla presenza di un elettorato fluttuante, da regolamenti parlamentari che non rendevano obbligatoria l’iscrizione a un gruppo, ha impedito l’emersione di un solido sistema di partito. Non si trattava di un deficit normativo ma di un deficit storico-politico relativo all’assenza di un formato di tipo bipartitico.

Quando il 29 maggio il generale De Gaulle salì al governo, di fatto non era più un normale leader ma l’incarnazione del potere costituente, per cui il parlamento era in vacanza. De Gaulle riteneva di avere le mani libere ma il suo potere costituente non doveva toccare alcuni principi fondamentali (suffragio universale, separazione dei poteri, responsabilità del governo davanti al parlamento, indipendenza dell’autorità giudiziaria).

Comparve la figura del governo costituente. Il successo del generale ebbe dimensioni inattese. Anche una parte cospicua dell’elettorato di sinistra votò si al referendum del 1958. tutto ciò confermava lo sfilacciamento della cultura politica dei partiti, non più in grado di orientare i priori elettori su questioni di rilevanza istituzionale.

Il generale De Gaulle non fece altro che dare visibilità politica a un sentimento di rottura radicale con il passato regime così ampiamente diffuso nel paese da confondere le tradizionali geografie politiche. Il generale governò in una condizione di emergenza permanente che si protrasse di fatto fino al maggio del 1963. De Gaulle relazionò il suo progetto costituzionale mediante un uso carismatico-plebiscitario del referendum e l’introduzione di alcune forzature della legalità.

Con alcuni strappi formali, De Gaulle nel 1961 assunse per più di 5 mesi i pieni poteri trasformandosi in dictator che sospende la normale vita delle istituzioni. Le istituzioni della quinta repubblica vennero dipinte a lungo dalla sinistra come emblema di un colpo di stato permanente. Il primo obiettivo cui De Gaulle guardava per smantellare quella che in maniera un po’ caricaturale chiamava la repubblica dei partiti era quello di ritoccare la proporzionale.

Con il doppio turno, il fondatore della quinta repubblica pensava di ridimensionare il PCF e di smantellare la ragnatela di partiti che occupavano stabilmente il centro dello spazio politico. Probabile era anche che piccoli partiti di centro fossero incapaci di raccogliere al primo turno un numero di voti in grado di valicare una soglia che è stata progressivamente alzata.

Le consultazioni del 1958 sembrarono assecondare i disegni gollisti. I comunisti ottennero solo dieci seggi, i socialisti si aggiudicarono 44 deputati, i moderati si aggiudicarono 133 deputati. Il doppio turno era sistematicamente sfavorevole ai comunisti che raccoglievano sempre una quantità di seggi inferiore a quella di partiti che pure avevano un numero di voti assai inferiore.

Le elezioni del 1962 mostrarono ancor più la demolizione dei partiti tradizionali della quarta repubblica. Il fatto che molti governo abbiano posto frequentemente mano ad alcuni congegni elettorali ha mostrato una utilizzazione strumentale delle tecniche elettorali piegate in vista di obiettivi di mantenimento di posizioni di potere.

La novità principale della quinta repubblica non è stata di natura tecnica ma di tipo politico. La vera svolta è legata al superamento del punto debole della repubblica, che risiedeva nella continua dissociazione tra alleanze stipulate sul piano elettorale e coalizioni attivate in parlamento. La governabilità del sistema francese dipende proprio dalle mutate condizioni politiche ossia dall’inattesa comparsa del fatto maggioritario.

Il presidenzialismo è stato adottato per correggere un sistema incapace di avviarsi lungo i sentieri di una democrazia maggioritaria. Il nuovo sistema politico sorto sulle ceneri della quarta repubblica ha gettato le fondamenta di un assetto bipolare. Con il trascorrere del tempo, anche le sorti del bipolarismo non sono apparse sempre felici. Dopo gli anni ’80 si ha una trasformazione di un sistema dei partiti che dal bipolarismo passa alla multipolarità.

Nel disegno istituzionale del generale comparvero due distinte logiche. La prima sospingeva verso un governo forte, ma pur sempre responsabile davanti all’assemblea. La seconda introduceva una investitura diretta del presidente della repubblica, che è tipica dei regimi con una rigida separazione dei poteri.

La quinta repubblica è con un piede ancora dentro il regime parlamentare e con l’altro se ne tiene ben fuori. Quella gollista è una costituzione a geometri variabile che rimanda ai reali equilibri di poteri esistenti tra le forze politiche per sciogliere il suo enigma fondativi. Ci sono stati al più conflittualità all’interno della coalizione di governo per appurare chi dovesse essere il leader della maggioranza.

Se il capo dello stato è effettivamente il leader della sua maggioranza, egli non avrà difficoltà a sostituire il primo ministro, reo di chiedere la fiducia dell’assemblea per rafforzare la tentazione verso una diarchia, con un uomo più affidabile. Appena però il primo ministro è il leader riconosciuto di una maggioranza ostile al presidente, le tensioni istituzionali sono all’ordine del giorno.

Il presidente della repubblica, come un vero e proprio monarca, non ha una responsabilità politica nei confronti del parlamento. Il parlamento può destituire solo un primo ministro, non certo un capo dello stato. Per questo non si può, in questo caso, parlare di semi presidenzialismo o di esecutivo bicefalo. La testa che cade no è quella che davvero comanda.

Come un vero e proprio monarca, il presidente ha quale suo personale potere quello di sciogliere l’assemblea nazionale senza bisogno della controfirma. Si può anche affermare che dal 1958 al 1986 nessun capo di stato e primo ministro occidentale – e nemmeno il presidente degli stati uniti – ha avuto a disposizione prerogative così vaste come quelle del presidente francese.

Si potrebbe anche dire che durante la coabitazione in Francia non c’è più una maggioranza e una opposizione ma due maggioranze che coesistono. Il potere diviso non ha rafforzato automaticamente il ruolo delle assemblee. Si è diffusa anzi in entrambi gli schieramenti una comune paralisi, per lo sforzo proteso ad evitare qualsiasi problema ai loro rispettivi leader.

Non tanto l’assemblea, con la sua arma depotenziata della mozione di censura, quanto il capo dello stato figura come il vero artefice dell’ascesa e del declino dei governi. Non è nella costituzione la soluzione dell’enigma ma nel voto. Si passa dal presidenzialismo al parlamentarismo a seconda del risultato elettorale. Se in parlamento c’è una maggioranza con lo stesso colore di quella presidenziale, è evidente che il capo dello stato gode di tutto il plusvalore politico conferitogli dal voto popolare.

Ma quando al governo ci sono forze di un altro colore, il fatto che il capo dello stato nomini il primo ministro o presieda il consiglio dei ministri no va oltre il potere di condizionamento più o meno limitato. Provvista di risorse formali eccezionali che rendono possibile la metamorfosi del presidente in dictator, la quinta repubblica conosce anche, a costituzione invariata, dei requisiti essenziali propri di un sistema parlamentare.

Un salto qualitativo è stato compiuto con la quinta repubblica in quanto prima del 1958, un ministro passava gran parte del proprio tempo in parlamento. Era in assemblea che si lavorava.

Dopo il 1958, il centro del sistema è diventato il governo ed è stata prevista la incompatibilità tra carica parlamentare e ruolo di governo. Il ministro si è trovato quindi in tutti i sensi fuori del parlamento. Il parlamento ha perduto essenziali poteri in merito alla stesura del proprio ordine del giorno, alla fissazione di un calendario dei lavori, alla durata delle riunioni, all’iniziativa legislativa, alla convocazione di sedute straordinarie, al controllo della politica internazionale, alla facoltà di ricorrere ad emendamenti.

Con tutte le difficoltà che ha incontrato, un potere legislativo dell’assemblea comunque è sopravvissuto anche in Francia. Il governo, a dispetto della costituzione di carta, non dispone di autonome competenze normative. Non solo il parlamento ha continuato a legiferare, ma a dispetto di un luogo comune, la legge è tutt’ora la principale fonte normativa.

Essendo il governo di uno solo il requisito funzionale di ogni democrazia complessa, è del tutto naturale per Duverger che “la decisione politica spetti a un leader eletto e il controllo sia riservato a un parlamento pluralista”. Vedel riconosceva il merito storico della quinta repubblica di aver delineato per la Francia una democrazia governante, ma reputava essenziale correggere la deriva decisionista che gettava l’assemblea nazionale in una funzione del tutto residuale.

Quando il congegno maggioritario giunge alle sue estreme conseguenze, gli ampi poteri del capo dello stato e la sotto rappresentazione delle minoranze favorita dal doppio turno rendono inagibile il ruolo dell’opposizione. Tutto il profilo costituzionale del presidente della repubblica risulta ambiguo.

Sembra continuamente in bilico tra l’attribuzione al capo dello stato di funzioni di arbitrato e di garanzia e i tipici compiti di direzione politica spettanti a un leader maggioritario. Il capo dello stato, che è anche leader politico di maggioranza, concentra nelle sue mani il potere esecutivo, funzioni legislative e giudiziarie.

La Francia storicamente è stata refrattaria ad accogliere le forme genuine del costituzionalismo garantista. La quinta repubblica, a modo suo, ha realizzato un inversione di marcia rispetto alla storica difficoltà di convivere con organismi di limitazioni del potere e di controllo costituzionale.

Con la costituzione gollista è evidente che esiste la realtà del controllo costituzionale. Ci si interroga non più sulla sua legittimità, ma sulla sua effettiva portata. Il consiglio non è più prevalentemente diretto a controllare i poteri delle camere su iniziativa del governo, ma a tutelare la costituzionalità dei provvedimenti legislativi in difesa dei diritti.

L’innovazione più significativa avviata dal consiglio costituzionale non ha riguardato però l’attivazione di poteri nuovi del cittadino. Nella costituzione della “repubblica dei cittadini” (Duverger) colpisce prima di ogni altra cosa, la carenza di una parte espressamente dedicata alla definizione dei diritti e dei doveri del cittadino. Con la riforma del 1974, il consiglio costituzionale, da arma dell’esecutivo per piegare la riottosità del parlamento, si è convertito in un indiretto statuto dell’opposizione.

Il consiglio costituzionale assume sulle su spalle anche il peso della protezione dei diritti delle opposizioni. Il consiglio costituzionale si è svincolato dalle direttive dell’esecutivo al punto di configurarsi in talune occasioni come un vero e proprio “contropotere”.

C’è da chiedersi soltanto se questa corsia preferenziale che conduce le opposizioni al consiglio costituzionale, oltre all’accrescimento di garanzie per le minoranze, non sveli anche l’impoverimento di strumenti più squisitamente politici. Se i precedenti regimi hanno sofferto del male oscuro della indisciplina parlamentare, la quinta repubblica sembra essere afflitta dagli inconvenienti di un conformismo assoluto dei gruppi parlamentari. È il partito istituzionalizzato che esige una ferrea adesione alle direttive dei leader di partito per non smarrire preziose chances di potere conquistate con il voto.

Il consiglio costituzionale è riuscito ad acquisire una spiccata soggettività politica divenendo ormai un attore fondamentale del processo complesso di fabbricazione della legge. Il sistema di partiti istituzionalizzati che assicurano una durevole coesione dei deputati ha mutato nel profondo la dinamica delle istituzioni. Ci sono per questo ben poche opportunità per le opposizioni di insinuarsi entro sfaldamenti delle coalizioni di governo.

Più che ai deputati, l’opposizione deve parlare all’opinione pubblica in vista della possibile alternanza di governo. Le opposizioni pagano un ordinamento severo della vita parlamentare che le priva di spazi, di tempo e di margini di informazione. La via francese alla stabilità presenta costi elevati, come quelli di un indebolimento strutturale del parlamento. La quinta repubblica è diventata una atipica repubblica parlamentare.