Di grande importanza, per lo stretto collegamento all’evento teodosiano è la Historia ecclesiastica di Socrate Scolastico. In Socrate il riconoscimento del Teodosiano, grazie a semplici (ma significanti) indizi, sembra essere evidente. In primo luogo, fra le cose interessanti agli occhi del giurista, vi sarebbe la condizione pubblica di Socrate di Co­stantinopoli, con ogni probabilitĂ  egli è stato un operatore di diritto, poichĂ© nella tradizione manoscritta ci è tramandato come avvocato, scholastikos. Tale connotazione professionale costituisce la garanzia del grado di affidabilitĂ  dei dati contenuti nella Historia nel momento in cui essi riguardano da vicino il mondo del diritto. A Socrate nel momento in cui poneva a se stesso l’obiettivo di una narrazione che correlasse strettamente ed in modo parallelo i fatti della chiesa con quelli dello stato, assolutamente non poteva essere estranea alla sua consapevolezza (appunto di storico ma anche di giurista) la nuova e totalizzante esperienza legislati­va-compilatoria, almeno come tratto di sfondo nell’ambito della documentazione ufficiale (non solo ecclesiastica) che Socrate sostiene di aver utilizzato nei propri libri. 

Sono comunque altri gli indizi di rilevante interesse a sostegno della presenza teodosiana all’interno dell’opera di Socrate. Anzitutto la stessa redazione della Historia ecclesiastica appare sollecitata da una figura che con qualche pro­babilitĂ  ebbe un ruolo importante nella compilazione del codice. Nell’avviare il secondo libro, infatti, Socrate informa che la sua attivitĂ  di scrittura e poi di rilettura della Historia sarebbe stata in qualche modo sollecitata dal vir ac sacerdos Teodoro (che sarebbe stato, quindi, il dedicatario del libro). Con molta probabilitĂ  questo Teodoro potrebbe essere identificato con l’altro Teodoro, funzionario teodo­siano tra i compilatori del codice, magister memoriae, cioè, vir spectabilis[1], menzio­nato con enfasi da Teodosio II. Tale Teodoro, una volta scomparso Teodosio, sarebbe stato presente in qualitĂ  di questorio ai successivi lavori del concilio ecumenico di Calcedonia, nel 451. Con molte cautele, quindi, sembra plausibile che il Teodoro dedica­tario della Historia, e colui che piĂą volte è ricordato nei do­cumenti imperatori come partecipe del progetto del Codex, possano anche essere stati la medesima persona.

In primo luogo va tenuto presente un dato cronologico: è noto che l’opera storiografica di Socrate fosse stata redatta giĂ  prima del 444. L’odierna critica poi, negando la piĂą antica dottrina che riteneva la redazione avvenuta prima del 439 e l’opera giĂ  pubblicata, ha spostato in avanti, anche se solo di pochi anni, la collocazione temporale del lavoro di Socrate; tale avanzamento cronologico assume rilevanza in dire­zione ‘teodosiana’. Se è vero che Socrate nello scrivere la Storia si sarebbe detto sollecitato da Teodo­ro, se è altrettanto vero che egli afferma di aver utilizzato come fonti materiale vario (ed in esso anche certa docu­mentazione ufficiale), è lecito ipotizzare che il Codi­ce Teodosiano possa essere stato oggetto di una qualche consultazione da parte dello storico-scholastikos.

Fra l’altro, l’ipotizzato sodalizio dello storiografo col commissario teodosiano, in particolare per ciò che concerne la documentazione utilizzata nei sette libri della Storia, con molta probabilitĂ  avrebbe potuto non essere ininfluente. Basti solo riflettere sulla grossa importanza dei magistri scriniorum[2] nella piena etĂ  tardoantica: magistri memoriae, epistularum, libellorum et cognitionum[3] cui spettava di preparare un certo tipo di impor­tanti provvedimenti normativi.In particolare Teodoro sarebbe stato nella condizione migliore per fornire rapida­mente e con completezza ogni nuovo materiale ufficiale a chi avesse voluto servirsene a fini di documentazione storio­grafica.

Tutto il materiale normativo raccolto e sistemato in tema di rapporti stato-chiesa a partire da Costantino e fino al regnante Teodosio, avrebbe sicuramente potuto costituire la fonte piĂą completa per Socrate.

Con qualche cautela può, infatti, sostenersi che solo dopo l’uscita della prima edizione della Storia (chiusa al 439), Socrate avrebbe avuto modo di esercitare meglio i propri strumenti critici anche sull’ormai pub­blicato ed ecumenico Codice Teodosiano, in particolar modo sul libro XVI. Non si può escludere che per soddisfare con sollecitudine l’ordine rice­vuto da Teodoro (e così realizzare la prima stesura dell’opera), egli avesse considerato con qualche superficialitĂ  al­cuni tratti della recentissima compilazione di leges, o addirit­tura, grazie ai buoni uffici del magister memoriae, avesse potuto prenderne solo una visione preliminare mediante la lettura dei lavori preparatori delle due successive com­missioni imperiali[4].

Il fatto che la Historia ecclesiastica si chiudesse giĂ  nella prima versione al 439, ed il fatto che tale data fosse mante­nuta pure in occasione della seconda e parziale edizione re­alizzata qualche anno appresso, danno comunque l’idea di essere probabilmente colle­gati ad una consapevole presa d’atto da parte dello Scolasti­co, anche della compilazione teodosiana. Il 439 costituisce anche un altro indizio,  Socrate chiudeva il proprio lavoro riferendo di una pace ristabilita, questo fa pensare non tanto ad una pace di tipo militare o politico, latitante nel 439[5] e sicuramente assente negli anni successivi, quanto ad una presumibile pace civile; una pace non di­sgiunta dalla pace ecclesiastica.

La scelta operata da Socrate di narrare la storia ecclesia­stica non disgiunta dai fatti della storia politica, aveva comportato l’aver dovuto tenere conto di tutte le sacre disposizioni ora contenute nel Teodosiano. Tra di esse vi erano anche quelle che prevedevano finalmente una regolamenta­zione giuridica di alcuni aspetti delle aspre vicende religiose e sociali centralissime nei decenni precedenti, e, naturalmente presenti all’interno della Historia. Non si può trascurare, inoltre, che giĂ  in anni immediatamen­te postcostantiniani – ed ora, perciò, nel Codex – si era affermata la stretta connessione fra res publica e religione cattolica. Socrate, quindi, non poteva che accogliere in tutta la sua importante novitĂ , e potenzialmente definitiva compiutezza, l’operazione compilatoria.

La coscienza del nuovo evento codificatorio sembrerebbe così, essere evidente nella Storia ecclesiastica lasciataci da Socrate. Da parte dello scrittore, intendere completamente assolto col 439 il proprio incarico di croni­sta degli avvenimenti della cristianitĂ , e forse intenderlo completato in concomitante adesione ad un’opera giuridica che pretendeva d’essere tendenzialmente conclusiva, doveva portare a riconoscere proprio in quel momento storico una sorta di generale stabilizzazio­ne. Si sarebbe trattato della stabilizzazione del ius, finalmen­te certo anche nelle sue prospettazioni future; della stabilizzazione della chiesa, ormai formalmente pacificata grazie al recente sinodo ecumenico efesino (a. 431); la stabilizzazione ar­monica dei rapporti chiesa-impero con la forte presenza dei tanti materiali condensati nel XVI libro del Teodosiano.

A conferma di uno stretto collegamento fra le date di Historia e del Codex Theodosianus può essere rintrac­ciata ancora piĂą specificamente. In particolare il principe d’Oriente aveva stabilito sin dal 429 (CTh 1, 1, 5 e poi 1, 1, 6 pr.) che si raccogliessero le sacrae leges solo a muovere dall’etĂ  di Costantino e fino alle ultime e personali disposizioni normative; lo stesso Socrate aveva avviato la sua narrazione proprio dai fatti del 306 (data dell’accesso monarchico costantiniano) per terminarla al 439, col XVII consolato di Teodosio II. Nonostante lo scrittore si fosse palesemente proposto al pubblico come seguace di Eusebio, le sue pagine avevano trovato principio non dal 324 (laddove si era giĂ  fermato proprio Eusebio), bensì al­l’inizio del regno di Costantino: dall’avvento proprio di quel sovrano che ora, per Teodosio II, rappresentava un evi­dente e preciso punto di riferimento per le linee della contemporanea politica normativa e codificatoria. Così facendo, Teodosio  aveva voluto «rimarcare la matrice cristiana della sua opera.

Altre importanti opere del tempo come quelle di Sozo­meno e Teodoreto, pur avendo avuto come fonte proprio i 7 libri di Socrate Scolastico, si rivelano comunque strettamente agganciate al rac­conto di Eusebio, e questo soprattutto a tener conto dell‘incipit temporale delle narrazioni: l’una avrebbe iniziato dai fatti del 324, l’altra poco vicino. Lo stesso vale nel caso della occidentale Historia Tripertita di Cassiodoro/Epifanio, successiva di un secolo e compilata grazie al materiale delle tre precedenti; in questo caso l’autore avrebbe prescelto precisi termini per la propria narrazione: nuovamente dal 324, ed ancora fino al 439.

In definitiva, può trattarsi non solo di una signi­ficativa coincidenza cronologica, ma soprattutto di una ‘reale’ coincidenza di pensiero fra l’operazione storiografica di Socrate Scolastico e la pretesa stabilizzazione giuridica voluta in Oriente col Codex da Teodosio II, e contemporaneamente accolta in Occidente da Valentiniano III.

Per gli uomini di cultura del tempo, il Codex non fu avvertito solo come un evento giuridico, ma anche come un evento dall’ampio significato politico, e questo vale sia per la nuova considerazione della materia religiosa, sia per l’istanza unitaria provenien­te da entrambe le parti dell’impero.

La stabilitĂ  del diritto cercata sia dal principe d’Oriente sia da quello ravennate, e formalmente realizzata col vigo­re universale delle leggi che ora erano state collazionate, si trasformava perciò stesso in operazione di politica costitu­zionale; e come tale è stata recepita nel momento in cui, a fronte del vasto disordine politico, giuridico e religio­so di quegli anni, si tentava di conferire al­l’impero nel suo complesso un’immagine di continuitĂ  e coerenza. La collaborazione fra i due sovrani di Roma, Teodosio e Valentiniano, accomunati da gravi preoccupazioni di frantumazione territoriale e di erosione costituzionale, non solo veniva rafforzata dall’allacciarsi di ulteriori relazioni parentali[6] ma ancora di piĂą si ce­mentava mediante l’adozione di un unico ordinamento giu­ridico dalla matrice imperatoria, ed il cui fulcro centrale era costituito proprio dal loro ius, il ius principale (ossia diritto imperiale).

Il Codex, nel cui interno si attribuiva un’adeguata collocazione si­stematica alla chiesa cattolica, si atteggiava a solida malta per le varie componenti del vasto mondo romano. Esso inten­deva rappresentare un diritto unitario, vi­gente all’interno di un impero che si tentava di definire pie­namente unitario. La tendenza del Teodosiano ad affermare la coesione del regno, che ora veniva fondata sull’unitĂ  delle leggi, era resa maggiormente evidente grazie al coinvolgimento nei suoi libri proprio della materia religiosa in un’ apposita e concludente partizione articolata in ben 11 corposi segmen­ti.

I compilatori «operavano in un ambiente nel quale i problemi della fede erano all’ ordine del giorno e di capitale importanza». Non a caso essi erano pronti «a comprendere i segni dei tempi nuovi rappresentati dalla grande forza eco­nomica, politica, ideologica dell’organizzazione ecclesiasti­ca.

Sembrava, insomma, che l’ormai evidente caratterizzazione burocratica di quella che è stata anche detta la «Rinascenza teodosiana» (corroborata in primis dalla rinvigorita idea dell’unitĂ  del regno), poichĂ© aveva trasfuso quasi ogni regola di comportamento in diritto legislativo, ed in esso anche i rapporti fra impero e chiesa, potesse finalmente permettere di registrare sia dal punto di vista cultura­le, sia da quello spirituale una sorta di consapevole “pienezza dei tempi”.


[1] uomo eccellente

[2] maestri/conservatori di libri e archivi

[3] conservatori della storia, delle lettere, libri e conoscenze

[4] Qui, tuttavia, ci si addentra nel campo delle pure ipotesi, an­corché in qualche modo agganciate ad una serie sparsa di stimolanti in­dizi.

[5] Anzi, proprio questo sarebbe stato il momento in cui Roma, vi­sta la conquista (appunto nel 439) della cittĂ  africana di Cartagine (cui fece sĂ©guito l’intervento militare di parte orientale), sarebbe divenuta preda del grande panico generato dalla temuta invasione vandalica

[6] Penso all’unione matrimoniale del 437 fra Valentiniano III e la figlia del sovrano d’Oriente

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